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MONTE DI PALE Gli aspetti fisici di questa zona sono il risultato di processi di trasformazione che si sono verificati nel corso della storia geologica dell’Appennino, iniziati circa 200 milioni di anni fa quando non era emersa ancora la penisola italiana. La storia degli eventi che hanno originato e modificato la struttura di questo posto può essere letta nelle sue rocce, nella sua composizione mineralogica e nei frammenti di organismi viventi fossilizzati.
La formazione più antica è conosciuta con il nome di 'Calcare Massiccio' e risale a circa 180 milioni di anni fa nell’era Mesozoica, all’inizio del Giurassico, quando qui c’era il mare caldo, poco profondo e lontano dalle terre emerse, che apparteneva all’antico oceano 'Telide'. La parte centrale ed orientale del Sasso di Pale è formato da calcare massiccio per uno spessore di circa 700 metri, di cui circa 400 sono affiorati e si possono costeggiare prendendo il sentiero da Pale che porta all’Eremo. Al riparo del fitto bosco vivono numerosi animali selvatici, tra i quali l'elusivo istrice, di cui non è difficile rinvenire gli aculei. Sulle rupi nidifica e volteggia frequentemente il falco. La cima del monte, foschia permettendo, permette di godere di un vasto panorama sui monti umbri fino al Subasio a nord e ai monti di Spoleto a sud. Dall'alto si possono osservare gli estesi uliveti che in questa parte d'Appennino, grazie ad un clima particolarmente dolce, trovano un ambiente ideale e si insinuano frequentemente tra i boschi termofili di leccio e roverella. Grotte di Pale 
Le acque del fiume e quelle di infiltrazione hanno dato origine ad un interessante fenomeno carsico ipogeo: Le Grotte di Pale. Queste grotte erano chiamate nel XII secolo 'Grotte dell’Abbadessa' e vennero visitate da Caterina si Svezia e Cosimo III di Toscana. Esse sono divise in diverse cavità, la prima considerata un vero gioiello di architettura è detta 'Camera del laghetto', ha una forma circolare ed un’altezza di 8-9 metri; dalla volta a forma di cupola pendono stalattiti e al centro sono presenti pilastri stalagmitici che formano 4-5 colonne di forma perfetta. Qui in epoche passate si raccoglievano le acque del fiume Menotre durante la piena . Un cunicolo porta alla 'Camera delle Colonne a Terra' dove si nota un stalagmite a forma di leone, numerose stalattiti che sembrano drappi e delle imponenti colonne centrali. Immerse nella vegetazione, inoltre, troviamo poi le cascate di Pale, che offrono un’emozione del tutto particolare grazie ancora al fiume Menotre che dopo Pale fa un salto di circa 150 metri. Dopo il salto il Menotre attraversa Belfiore, per poi confluire nel fiume Topino.
Eremo di S. Maria Giacobbe Annidato in alto, tra le balze rocciose del monte, in una concavità della parete, attira lo sguardo un piccolo gruppo di edifici abbarbicati allo scoglio, con il quale sembra fondersi. E' l'Eremo di S. Maria Giacobbe. Vi si arriva a piedi dal paese, lungo un erto sentiero, a tratti scalinato, che sale tra i lecci e i ghiaioni, profumati dai cespugli cinerini della santoreggia. Ancora oggi è meta di processioni e pellegrinaggi dei popoli vicini, particolarmente il 25 maggio, festa della patrona, e il giorno dell'Ascensione.
Salire a piedi scalzi, per l'aspro percorso, era uno dei modi comuni di purificarsi prima dell'accesso nello spazio sacro. L'eremo è un santuario di frontiera, posto cioè al limite dei territori parrocchiali di diverse comunità della montagna, che vi accorrevano nei momenti di festa. Funzionava quindi come centro di incontro, scambio e aggregazione non solo religiosa, ma anche sociale e culturale. La ricorrenza festiva era utile per rinsaldare i legami del gruppo, derimere e sciogliere i contrasti eventualmente creatisi, e per i giovani occasione per fare nuove conoscenze. Ma il santuario possedeva anche prerogative terapeutiche. Vi si ricorreva, infatti, per invocare la protezione per sé e i propri congiunti, specialmente se lontani - come frequentemente e intensamente avvenne negli ultimi due conflitti mondiali - ma anche per le proprietà salutari e apotropaiche sia dell'acqua raccolta nella cisterna dell'eremo, che degli intonaci che venivano grattati e portati via (allo scopo sono stati asportate anche piccole parti degli affreschi). Nel locale annesso alla chiesa si raccolgono ancora numerosi ex voto, per grazia ricevuta, anche se i più antichi - in genere tavolette fatte dipingere dai devoti per ricordare il fatto miracoloso - sono stati o asportati o traslati presso la chiesa parrocchiale. E' costituito da edifici di epoche diverse e varie volte riadattati, ricavati al di sotto di una ampia rientranza della parete rocciosa, che funge in parte da volta. La costruzione più antica è la chiesa - alla quale si accede per un portale in pietra asimmetrico rispetto alla facciata - costituita da un vano rettangolare di metri nove per tre e mezzo. Ad essa si addossano, a livelli diversi, due edifici all'interno dei quali sono ricavate le piccole stanze dove albergavano gli eremiti, che in ogni epoca, hanno custodito il santuario.
Entrando nella piccola chiesa si resta subito colpiti dai molteplici affreschi che ricoprono interamente le pareti e la volta. Quest'ultima è alquanto irregolare, in parte a sesto acuto e in parte a tutto sesto, raccordandosi sul fondo con il masso calcareo che funge quasi da abside. Sono oggi presenti nella parrocchiale di Pale due opere d'arte del santuario: una Madonna lignea - che l'eremita tradizionalmente portava a spalla nelle case ove vi fosse bisogno per impetrare la grazia - e una tela del XVI secolo con raffigurata S. Maria Giacobbe. Del santuario non si ha documentazione antecedente al 1296, quando risulta già dotato ampiamente di beni. Se ne deduce una fondazione anteriore risalente a circa la metà del XIII secolo. Il mito di fondazione vuole che in una grotta del Sasso di Pale si sia rifugiata a fare penitenza S. Maria Giacobbe, da cui poi la erezione del santuario. Arrampicare a Pale
Tutte le pareti si trovano lungo il sentiero che dal paese conduce all'eremo sulla cima di Monte Pale e sono accessibili a piedi dopo una passeggiata più o meno breve a seconda del settore che prescelto. Il primo settore (il più vicino al paese) denominato Uccellessa è sicuramente il più comodo da raggiungere ed è quello che offre le maggiori possibilità per un arrampicata su difficoltà medio-basse.
Non esiste una guida aggiornata e completa delle falesie di Pale: anche l'ultima edizione di "Vuoto Compreso" è fortemente incompleta perchè riporta solo le vie attrezzate con Fixe alla fine del 2000 e omette molti itinerari sicuramente interessati richiodati negli ultimi mesi.La sicurezza è ancora la nota dolente di Pale. Il primo chiodo è piazzato ad una altezza eccessiva su quasi tutte le vie e costringe a superare in libera passaggi a volte non banali a 4 metri da terra. AGGIORNAMENTO: La recente richiodatura di alcuni itinerari ha in parte ridotto (ma non eliminato completamente) il problema. La chiodatura decisamente lunga e la mancanza di una guida completa alle pareti che obbliga ad una lettura "dal basso" degli itinerari per valutare se è il caso provare o no una via possono causare qualche problema ai meno esperti. In caso di dubbio si consiglia di chiedere spiegazioni a qualche arrampicatore locale oppure di limitarsi agli itinerari segnalati sulle guide COLFIORITO
L'ambiente naturale Il sistema degli altipiani di Colfiorito ha un'estensione di circa 50 chilometri e i sette bacini che lo compongono sono collocati a quote, sul livello del mare, comprese tra i 750 e gli 800 metri. Il carsismo più importante della Palude di Colfiorito è costituito dall'inghiottitoio del Molinaccio. Caratteristica è la vegetazione palustre costituita, da fitocenosi disposte a fasce.
La palude è importante area di sosta per l'avifauna migratoria caratteristica degli ambienti umidi (airone cenerino, airone rosso, tarabuso, tarabusino, germano reale, mestolone). Importante è la presenza del gufo reale e del gatto selvatico nella limitrofa Selva di Cupigliolo.La Palude di Colfiorito e i Piani sono complessivamente uno degli elementi naturali di maggiore interesse nell'Appennino per il complesso delle caratteristiche geomorfologiche, geologiche, idrologiche, paleontologiche, botaniche, agronomiche storiche e paesaggistiche. Una particolare importanza ha l'idrologia dell'area per la sua incidenza quale bacino di alimentazione di fondamentali sorgenti idropotabili e idrominerali dell'Umbria. I percorsi di visita
Percorrendo in anto la Statale 77 si arriva al centro abitato di Colfiorito dal quale si raggiunge, attraverso la strada comunale per Forcatura la Palude omonima che si può visitare percorrendo i vari sentieri che ne seguono il perimetro e che portano a osservatori, costruiti per essere fruiti anche da portatori di handicap, dai quali si può praticare il bird-watching.  La possibilità di visita della Palude è recente e frutto di interventi che permettono l'accesso ad alcune parti spondali e all'interno dello specchio d'acqua, salvaguardando comunque l'integrità delle parti più favorevoli al permanere dell'avifauna. Sempre dal "Molinaccio", attraverso una strada sterrata, si arriva alla cima del Monte Orve ove si ha una visione totale dell'area della palude, del piano di Colfiorito e di quello di Annifo. Superato il centro abitato di Colfiorito e dirigendosi verso Pievetorina e Visso, si giunge al santuario di Santa Maria di Plestia e agli scavi della omonima città.. Plestia Al confine fra le Marche e l'Umbria, ai piedi del gruppo del M. Pennino, si estendono gli altopiani plestini (o di Colfiorito) che prendono questo nome dall'antica città di Plestia; essi sono caratterizzati dalla presenza di vaste zone pianeggianti, denominate "piani" che sono in gran parte resti di antichi laghi prosciugatisi naturalmente o bonificati dall'uomo.
Essi sono i Piani di Colfiorito, Cesi, Popola, Annifo, Collocroce, Arvello, Ricciano e la palude di Colfiorito e sono compresi a quote fra 750 e 790 m circa. Il santuario è meta di pellegrinaggio annuale; è sede, negli spazi circostanti, di fiere mensili da maggio a settembre. Di particolare interesse è la cripta assegnabile al sec. XI suddivisa in cinque navatelle da tre ordini di colonne e sormontate da capitelli di reimpiego spesso decorati con motivi geometrici. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce resti di edifici tardo-repubblicani, del foro, di un tempio e di altri edifici con pavimenti a mosaico ed aree porticate; sotto gli edifici romani sono resti di un villaggio dell'età del ferro (IX/VIII sec. a.C.). Tra la base del Monte One e l'attuale cimitero di Colfiorito sono state scavate 250 tombe ad inumazione con corredi di ceramiche, armi in ferro, oggetti ornamentali, dei quali i più antichi risalgono al X sec. a. VERCHIANO Vicende storiche Il paese di Verchiano è posto lungo l’antichissima via della spina (la quale deriverebbe il suo nome dal villaggio di Spina di origine Etrusca).La via della spina collegava Spoleto attraverso il valico di Colfiorito (m 821) , con l’alta Umbria e Camerino. Il Torrente Spina, poi il fosso di Piè di Cammoro e, giunto a Terne (m707),segue il fosso delle Terne. Quindi , dopo aver superato il Piano di Verchiano, arriva all’abitato omonimo; qui la strada si biforca: un ramo risale la ripida dorsale calcarea di Val Castellana per giungere al Castrum Popoli (attuale Popola ), un altro ramo si dirige verso Rasiglia, centro a cui giunge da sud un tronco della stessa strada proveniente dalla valle del fiume Menotre. Secondo un autorevole studioso di etruscologia ( M. Pallottino) la via della Spina ricalcava un’antichissima pista, preesistente all’insediamento etrusco, la quale serviva a collegare il territorio dei Piceni (Marche) con l’antico Latium. L’esistenza di un bivio stradale, che rende più facili le comunicazioni, spiega la fondazione di Verchiano, forse in epoca romana (poiché si hanno documenti certi dell’esistenza di questo paese solo a partire dal terzo secolo A.C.) proprio sull’altopiano omonimo. Lo stesso nome dagli studiosi viene ritenuto di chiara derivazione romana. Nell’alto medioevo anche il territorio di Verchiano fu invaso dai barbari,in modo particolare dai Longobardi , che erano arrivati a Spoleto attraverso la strada consolare Flaminia e si servivano della via della Spina perché molto più breve e meno ripida della via Plestina proveniente da Foligno. Fin dall’alto medioevo, Verchiano fece parte integrante sia dal punto di vista politico che religioso, del ducato longobardo di Spoleto, il quale gravita nella sfera pontificia fin dall’inizio del secolo XII . Nello stesso secolo la stessa Foligno fu sotto il ducato di Spoleto fino al 1198, quando fu conquistata da Papa Innocenzo III ed il territorio entrò a far parte del patrimonio di S. Pietro. Il periodo di massima autonomia della città si ebbe verso la metà del secolo XIII , quando Foligno parteggiò apertamente per l’imperatore (fu cioè ghibellina).
Castello di Verchiano L’acquisto della rocca da parte di Foligno aumentò l’importanza strategica di Verchiano come si desume dagli Statuti del Comune dove si nomina più volte l’abitato di Verchiano; Nella prima parte di detti Statuti si parla della nomina del Castellano, nella terza parte si proibisce a chiunque abbia dimora in Verchianidi vendere la propria casa. Nel secondo volume di tali Statuti si parla dei lavori di restauro e ampliamento del Castrum Verchiani. Lo sviluppo di Verchiano, come borgo fortificato, si spiega con il fatto che la popolazione contadina si era ritirata in massa sui colli per difendersi non solo dai nemici , ma anche dalle febbri malariche diffusesi a causa di fattori igienici e climatici in quanto , nel medioevo, in Umbria, come in altre regioni il clima era più caldo e secco di quello attuale.
Il territorio di Verchiano ,dopo il mille, è interessato da una rinascita dell’agricoltura grazie all’opera divulgativa dei monaci. Il lavoro , ovviamente, consisteva nel dissodare i campi e nell’introdurre colture (soprattutto cereali). Dal 1262 (acquisto della rocca da parte di Foligno), Verchiano seguì politicamente le vicende della città di Foligno. Fu sotto la dinastia degli Anastasi (ghibellini), fino al 1305 e quindi dei Trinci (guelfi). Ai Trinci si deve la costruzione del Castrum Verchiani (il castello) intorno alla preesistente rocca (1387) per opera di Ugolino Trinci . Nel 1396 Verchiano subì danni ad opera dei nemici di Ugolino Trinci . Dalla rilevanza di tali danni, lo stesso Ugolino riferisce in alcune lettere scritte in latino al papa BonifacioIX. Del Castrum si fa menzione in documenti del 1421, come possesso del crudele e sanguinario signore di Foligno Corrado Trinci, il quale aveva collocato nel castello dei “castellani salariati” e due o tre uomini armati a guardia del castello stesso. Il dominio dei Trinci cessò nel 1439 , quando fu cacciato Corrado Trinci , nemico della Chiesa, e il territorio folignate fu riconquistato da un esercito mandato dal Pontefice. Verchiano, entrato a far parte dello Stato della Chiesa insieme a Foligno , salvo una piccola parentesi del dominio Napoleonico, ci rimase fino al 1860 anno in cui l’Umbria fu conquistata dall’esercito sabaudo in seguito alla battaglia di Castelfidardo (Ancona). Nel 1861 fu incorporato nel regno d’Italia. Prima dell’annessione Verchiano restò tagliato fuori dalle vicende storiche dell’Umbria , perché la via della spina aveva perso definitivamente d’importanza in quanto erano venute a mancare le condizioni storiche e ambientali (invasioni barbariche e clima malsano in pianura) che ne avevano fatto l’unica via praticabile. Per tale motivo non si riscontra più menzione nei documenti della via della Spina , sostituita ormai dalla consolare Flaminia , il cui tracciato è di gran lunga più praticabile. Il Castello, di proprieta’ della Comunanza Agraria di Verchiano, versa in stato di abbandono già dal 1800 come si può desumere dalla foto 2, la vegetazione comunque era tenuta sotto controllo in quanto la zona veniva utilizzata come pascolo, oggi invece dopo la piantumazione di pino nero effettuata negli anni ‘50/’60 e con l’abbandono quasi totale dell’attività pastorizia il sito si presenta immerso in una vegetazione ad alto fusto che in parte ha garantito la stabilità contro l’erosione del sito stesso, ma che ha anche danneggiato in modo grave alcune delle strutture murarie delle mura esterne e degli edifici che si trovano all’interno delle mura. La tipologia planimetrica del castello è quella tipica dei castelli di pendio, la forma desunta dal rilievo topografico è a cinque lati con al vertice a monte del sito una torre quadrata di vedetta e con mura degradanti intervallate da torri difensive. Al centro del castello probabilmente come si può notare dalla pergamena risalente alla metà del ‘600 che rappresentava le principali postazioni difensive delle montagne al confine con le Marche c’era la presenza di un edificio di una certa importanza probabilmente un cassero. Questo verrebbe confermato dalle depressioni sul terreno presenti all’interno delle mura, depressioni, che indicano la presenza di edifici con una dimensione superiore a quella di normali residenze. Questa relazione si conclude rimandando ad un lavoro più approfondito cioè quando emergeranno informazioni maggiori dallo studio delle murature e dalla ricerca storica d’archivio. In questo periodo si sta procedendo al restauro intero del castello con annessi edifici. Ad oggi si possono vedere le quattro torri già ristrutturate che circondavano le mura ed un pezzo di quest’ultime.
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